L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista more

published in «Rivista italiana di numismatica e scienze affini», CIX, 2008, pp. 333-352

RIN 109 (2008) pp. 333-352 PAOLA S. SALVATORI L’ADOZIONE DEL FASCIO LITTORIO NELLA MONETAZIONE DELL’ITALIA FASCISTA Abstract Focusing on the important role of symbolism for the success of the fascist revolution, and the crucial part played by Roman history in the regime’s ideological apparatus, this paper analyzes the presence of the fasces in monetary emissions since the earliest phases of Mussolini’s ruling, when the fasces had not yet been adopted as an official state emblem. ` La percezione della centralita assoluta che l’uso dei simboli assunse sin ` dalla nascita del movimento fascista era avvertita con chiarezza gia pochi anni `, ad esempio, nel 1926 Margherita Sarfatti podopo la Marcia su Roma: cosı teva illustrare l’acquisizione rapida e capillare di simboli e riti, molti dei quali ispirati all’antica Roma, che contribuirono efficacemente a creare l’impalcatura del consenso al regime. Partendo da un tormentato quesito — come nasce una setta? come si costituisce un rito? — l’intellettuale amica di Mussolini dichiarava di essere stata testimone del ‘‘sorgere di questi due fenomeni’’, descrivendo il funerale del giovane Aldo Sette (1), ucciso il 20 marzo del 1921 a Greco Milanese durante un agguato antifascista e per questo assurto a primo martire del fascismo milanese (2). Raccontava la Sarfatti che in quella circostanza (1) SARFATTI 1926, p. 243. (2) Il ventiduenne Aldo Sette, giovane fascista torinese ed ex legionario a Fiume, fu ucciso a seguito di violenti scontri con gruppi di antifascisti avvenuti durante una manifestazione fascista commemorativa delle Cinque Giornate di Milano. In quella circostanza perse la vita anche una donna e rimasero ferite circa cinquanta persone: cfr. CHIURCO 1929, p. 131. 334 Paola S. Salvatori ´ ` ella pote per la prima volta assistere a una parata fascista gia strutturata in quei riti e in quei simboli che si sarebbero poi definitivamente sedimentati, fino a creare un nuovo stile immediatamente riconoscibile nella vita pubblica e politica come in quella privata di milioni di italiani. Da questo punto di vista, il funerale del ‘‘Camerata Aldo Sette’’ non sarebbe dunque stato diverso dai pre` cedenti e successivi cortei funebri di altri martiri del fascismo, cosı come in seguito sarebbe stato possibile riconoscere gli stessi rituali e la medesima retorica in tante altre manifestazioni pubbliche e propagandistiche del regime: ` ‘‘Si ritrovarono i nomi e l’inquadramento dell’antica romanita, legioni, drappelli, manipoli, capomanipoli, centurioni e consoli, e la divisione in principi e triarii, e lo sfilamento per tre, veloce, ordinato. Tutto questo, non per ricerca ` archeologica; con l’automatica spontaneita di un istinto atavico. [...] E spuntarono i gagliardetti, germinarono i motti e le insegne, non solo il littorio e il pugnale, anche la scure, l’aquila, il manganello, lo stivale stilizzato in turchino su azzurro, e la frase di gergo militaresco, consacrata oramai da Gabriele d’Annunzio come guerriero, oratore e poeta: me ne frego (3)’’. Che il regime fascista sia stato prima di tutto un regime di simboli — ` un fenomeno storico e culturale ben piu complesso e articolato, dunque, ri` spetto a quanto la vecchia formula storiografica che lo definı un regime ‘‘del` ` la parola’’ rischio di indicare (4) — e ormai pienamente riconosciuto: negli ultimi anni, del resto, alcune importanti ricerche hanno confermato in modo definitivo la natura eminentemente religiosa (nell’esplicito significato di ‘‘religione secolare’’) dell’ideologia fascista, valorizzando la funzione fondamentale ricoperta dai miti e dai riti proprio nella interpretazione del fascismo come religione laica. In quest’ottica, gli studi si sono focalizzati non solo sull’apparato mitologico e simbolico fascista, ma anche sull’appropriazione ` dello spazio urbano e del tempo storico che il regime realizzo per creare ` Benito Mussolini condanno il tragico episodio in un articolo pubblicato sul ‘‘Popolo d’Italia’’ del 22 marzo del 1921, intitolato L’agguato criminale, accennando anche al corteo in omaggio del caduto che era stato organizzato dalle camicie nere il giorno precedente: cfr. Opera, XVI, 1955, pp. 207-208. (3) SARFATTI 1926, pp. 244-245. (4) Fu Franco Venturi a presentare l’idea che il fascismo fosse stato fondamentalmente ` ‘‘il regno della parola. O, meglio, della parola piu l’altoparlante’’, scorgendo nella retorica celebrativa fascista una vuota ma fatale sovrastruttura che celava una sostanziale ‘‘ignoranza vo` lontaria’’: VENTURI 1961, pp. 186 e 187. Ma all’incirca dalla meta degli anni Settanta la sto` riografia e la linguistica hanno ‘‘scoperto’’ la centralita dello studio del linguaggio fascista come uno dei punti di vista privilegiati per analizzare il fascismo anche come fenomeno culturale: tra i vari lavori apparsi negli anni, cfr. gli atti del Convegno Parlare fascista. Lingua del fascismo, politica linguistica del fascismo, tenuto a Genova il 22-24 marzo del 1984, pubblicati in ‘‘Movimento operaio e socialista’’, 1, 1984; ISNENGHI 1984; GOLINO 1994. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 335 un universo di riferimento dal quale quei miti e quei simboli sembravano ` ` inevitabilmente dover derivare: centrale e cosı apparso il recupero del mito della Roma antica, primo elemento di una immaginaria e illustre genealogia che avrebbe condotto teleologicamente all’avvento del fascismo (5). Fu proprio Benito Mussolini a serrare un vincolo indissolubile tra la storia romana e la rivoluzione fascista, quando, in un celebre articolo intitolato Passato e avvenire pubblicato sul ‘‘Popolo d’Italia’’ del 21 aprile del ` 1922, in occasione del Natale di Roma, affermo: ‘‘Roma e Italia sono infatti ` due termini inscindibili. [...] Roma e il nostro punto di partenza e di riferi` mento; e il nostro simbolo o, se si vuole, il nostro mito. Noi sogniamo l’Italia ` romana, cioe saggia e forte, disciplinata e imperiale’’ (6). Imprimendo una ` ` notevole accelerazione a cio che da Emilio Gentile e stato efficacemente de` finito ‘‘culto del littorio’’, durante quello stesso discorso Mussolini ricordo che l’impronta del fascismo, non ancora salito al potere, era da rintracciare ` proprio nei suoi richiami alla romanita e nell’acquisizione del fascio littorio come simbolo privilegiato: ‘‘Molto di quel che fu lo spirito immortale di Ro` ` ma risorge nel fascismo: romano e il Littorio, romana e la nostra organizza` zione di combattimento, romano e il nostro orgoglio e il nostro coraggio: Civis romanus sum’’ (7). Con il passare dei mesi, e in modo repentino a partire dalla presa del potere, i segni della presenza del mito di Roma antica divennero diffusi ed ` evidenti: il fascio littorio comparve sempre piu spesso nell’iconografia pubblica, andando presto ad assumere una posizione rilevante tra i vari simboli a cui il fascismo fece ricorso (8), fino quasi a diventare onnipresente. L’asso(5) Per l’interpretazione del fascismo come religione laica e come massimo esperimento di sacralizzazione della politica in Italia cfr. GENTILE 1993. Alcuni anni dopo, una fondamentale ` ricerca ha dimostrato in modo definitivo la centralita del mito di Roma nell’ideologia fascista, sottolineando, tra l’altro, come il fascismo abbia fuso elementi attinti dalla storia repubblicana romana con altri tratti da quella imperiale: GIARDINA 2000a. Per quanto riguarda, in particolare, l’evoluzione del mito di Roma nel pensiero mussoliniano degli anni precedenti la Marcia su Roma, cfr. ora SALVATORI 2006. Sull’appropriazione dello spazio urbano a opera del regime per evi` denti finalita simboliche e politiche, cfr. in particolare VIDOTTO 2001, pp. 172-223 e VIDOTTO ` 2005, che ha dedicato la sua analisi al caso emblematico della citta di Roma. (6) Opera, XVIII, 1956, pp. 160-161. (7) Opera, XVIII, 1956, p. 161. ` (8) Il fascismo fece ricorso a molti simboli e miti di riferimento: come gia accennato, nel panorama simbolico fascista rientravano infatti il culto dei martiri (attraverso il quale si ` celebravano, con la medesima intensita emotiva, i caduti del Risorgimento, della Grande Guerra e della rivoluzione fascista), ma anche, tra i tanti altri, la devozione per il gagliardetto, ` simbolo privilegiato della identita squadrista, per il fuoco e per il manganello, entrambi immagine di purificazione e di rinascita, e anch’essi legati direttamente all’esperienza dello squadrismo: cfr. GENTILE 1993, pp. 39-60. 336 Paola S. Salvatori ` ` luta ubiquita di questo antico simbolo, il cui significato originario fu pero profondamente distorto (9), risulta lampante dalla semplice osservazione degli oggetti in uso durante il ventennio fascista: nelle immagini pubblicitarie, nelle copertine di quaderni e libri scolastici, nelle confezioni di alimenti e bevan` de, cosı come nelle facciate di palazzi pubblici e privati, ovunque campeggia` va il fascio littorio. A cementare la centralita di questo emblema all’interno del panorama simbolico fascista contribuirono anche molti autorevoli studiosi, che in indagini erudite vollero dimostrare la fedele discendenza del fascio ` fascista da quello romano. E quanto fece, ad esempio, l’archeologo e docente universitario Giulio Quirino Giglioli, che nel 1932, anno del decennale della Marcia su Roma, nella prefazione a una ricerca iconografica sul fascio romano curata dall’archeologo Antonio Colini, scrisse: ‘‘Dopo secoli di oblio, dopo essere di tanto in tanto riapparso come attributo di figure simboliche, dopo la inesatta rievocazione della Rivoluzione Francese, dopo esser fugacemente risorto tra i fulgidi eroismi della difesa di Roma del 1849, ecco il Fascio Littorio assurgere a nuova vita, nell’Italia baciata dalla Vittoria, ` rinnovellata dalle Camicie Nere. [...] L’Italia riprende cosı col simbolo littorio ` per volonta di un Duce romano la missione gloriosa di Roma (10)’’. A partire dal 1 dicembre del 1925, del resto, era iniziato un cammino legislativo che nell’arco di quattro anni avrebbe definitivamente trasformato il fascio littorio da simbolo di partito in simbolo di Stato: in quella data Mussolini dispose infatti con una circolare che il fascio venisse collocato su tutti gli edifici ministeriali; il 12 dicembre del 1926 esso fu dichiarato emblema di ` Stato, e pochi giorni dopo si lascio al governo e al partito fascista l’esclusivo monopolio sulle autorizzazioni alla fabbricazione e alla diffusione di distintivi recanti il simbolo del fascio; il 27 marzo del 1927 si decise per decreto che sulla sinistra dello scudo dei Savoia, stemma dello Stato, fosse collocato l’emblema del littorio. La ‘‘fascistizzazione’’ del fascio littorio, con la sua definitiva trasfigurazione nel principale simbolo statale dell’Italia fascista, avvenne infine l’11 aprile del 1929: in quella data, un Regio decreto legge dispose che proprio lo stemma dello Stato, la cui foggia era cristallizzata dal 1890, fosse (9) Emblema fondamentale del sistema delle magistrature repubblicane romane, originariamente il fascio littorio simboleggiava l’imperium del magistrato nella sua dimensione coercitiva, pur limitato dall’esistenza del principio della provocatio ad populum, tramite la quale il cittadino oggetto di costrizione da parte del magistrato poteva ricorrere al giudizio del ` popolo. Ma il fascismo si ispiro a quel sofisticato sistema isolando e illuminando gli aspetti violenti e repressivi, che divennero gli unici immediati referenti. Sullo stravolgimento di signi` ficato che subı il simbolo del fascio littorio a causa dell’appropriazione fascista, cfr. GIARDINA 2000a, pp. 224-227. (10) GIGLIOLI 1932, p. XIII. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 337 ` cosı modificato: il monarchico scudo dei Savoia sarebbe stato sorretto non ` piu da due leoni, ma da due enormi fasci littori (11), chiaro ammonimento della trasformazione avvenuta nel Paese, con una monarchia ormai appoggiata del tutto sul governo fascista, e una diarchia decisamente sbilanciata a favore di Mussolini, capo del Governo e duce del fascismo. Ma la coabitazione iconografica di un emblema monarchico (l’effigie del Re, simbolo statale per eccellenza) con il fascio littorio (simbolo eminen` temente politico) aveva gia trovato un concreto compimento subito dopo la ` ` Marcia su Roma, quando si inizio a riflettere sulla possibilita di emettere una moneta che recasse una testimonianza duratura della presa del potere da parte del fascismo. ` All’incirca alla meta di dicembre del 1922, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo ricevette una lettera riservata, e dalla firma illeggibile, nella quale si avanzava proprio tale richiesta, confidando che lo stesso Mussolini avrebbe potuto indicare un’immagine adeguata alla circostanza: ´ ‘‘Caro Acerbo dovresti interessare Mussolini perche costituisca sin da ora un segno imperituro dell’avvento del fascismo al potere. Questo segno potrebbe consistere nella impronta speciale da darsi ad una moneta di circolazione nor` male. Invece della spiga, o del fiore coll’ape, Mussolini sapra trovare una impronta significativa per l’opera restauratrice del fascismo. L’occasione si presen` terebbe ora. Sono stati emessi i buoni metallici da Lire una e la legge gia autorizza l’emissione di 150 milioni di lire in pezzi da Lire 2 di nichel (12)’’. Il 22 dicembre Acerbo rese nota tale idea al Ministro delle Finanze Al` berto De Stefani: ‘‘A S.E. il Presidente del Consiglio e pervenuta, fra le tante, una proposta che, pel suo speciale significato, ha eminentemente gradita ed ` approvata’’. Nella lettera inviata al Ministro, Acerbo illustro il progetto di realizzazione di una moneta dalla ‘‘impronta significativa’’, spiegando che l’occasione adatta all’attuazione di tale proposito sarebbe stata la ‘‘prossima ` emissione, gia autorizzata, di 150 milioni di lire in pezzi da 2 lire di nichelio, per i quali il Tesoro non avrebbe sinora scelta l’impronta’’. Per tale motivo, si chiedeva a De Stefani di prestare ‘‘particolare attenzione’’ alla proposta, pregandolo di ‘‘volerla prendere in esame’’ e di ‘‘promuovere al riguardo gli opportuni provvedimenti’’ (13). ` Passarono soltanto due giorni, e gia il 24 dicembre il Ministro delle Fi(11) Su queste e altre disposizioni riguardanti il simbolo del littorio, cfr. GENTILE 1993, pp. 88-90. (12) ACS, PCM, 1922, fasc. 9.8 (sottolineati nel testo). (13) ACS, PCM, 1922, fasc. 9.8, n. 3143. 338 Paola S. Salvatori ` nanze invio una lettera a Mussolini con la quale tranquillizzava il capo del ´ Governo circa la sua personale premura affinche venissero emesse monete con simboli fascisti: ` ` ‘‘[...] mi e gradito assicurare V.E. che ho gia da alcuni giorni disposto che fossero preparati i punzoni per le nuove monete divisionali e di appunto, recanti inciso il fascio littorio, simbolo di Roma antica e della nuova Italia. Riservandomi di presentarne i modelli al consiglio dei Ministri, sono intanto lieto di aver potuto prevenire un desiderio di V.E. (14)’’. Appena tre giorni dopo, la notizia fu riportata con discreta enfasi nel ` piu importante giornale dell’Italia del tempo: nella prima pagina del ‘‘Popolo d’Italia’’ del 27 dicembre, si leggeva infatti: ‘‘Il pubblico ha accolto con piacere le monete di nichel che sostituiscono i piccoli biglietti di Stato, biglietti che si deteriorano facilmente e che sono veicoli d’infezione. Il Governo ha quindi disposto che altre monete di nichel vengano coniate in sostituzione dei biglietti di Stato da una e due lire destinati ad essere ritirati dalla circolazione. Queste nuove monete porteranno impresso il Fascio Littorio, simbolo dell’antica Roma e della nuova Italia’’. Sembra quasi che con questo articolo si volessero accelerare i tempi della realizzazione del progetto. La notizia veniva infatti comunicata come fosse ` ` gia in fase di attuazione, sostenendo che la Zecca stava gia ‘‘preparando i punzoni’’ e dichiarando addirittura che la coniazione sarebbe iniziata subi` to (15). In realta, come vedremo, la coniazione di monete con impresso il fascio littorio sarebbe stata effettuata soltanto alcuni mesi dopo e non senza dover affrontare diversi imprevisti che ne avrebbero rallentato l’esecuzione. ` Vero e che, come risulta da quanto affermato nei documenti citati, il ´ ` momento sembrava essere quello adatto a una simile iniziativa, poiche gia da qualche tempo erano stati approvati alcuni decreti legge che prevedevano l’emissione di buoni metallici da una e da 2 lire in sostituzione dei buoni cartacei circolanti durante gli anni della guerra. Un lungo articolo del ‘‘Popolo d’Italia’’ del 4 aprile del 1923, oltre a indicare attraverso quali scelte si ` arrivo alla selezione definitiva del modello di fascio littorio da incidere sulle monete, ci aiuta a ricostruire per quale motivo l’Italia del primo dopoguerra ` — dunque ancor prima dell’ascesa del fascismo al potere — si trovo di fronte ` ` alla necessita di eliminare una grande quantita di buoni di carta e di coniare, a loro rimpiazzo, le monete in questione: (14) ACS, PCM, 1922, fasc. 9.8, n. 3143. (15) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 27 dicembre 1922, p. 1 (Le nuove monete da uno e due lire porteranno il Fascio Littorio). L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 339 ` ‘‘Fra gli strascichi della guerra vi e quello della circolazione dei buoni di cassa di carta da L. 1 e 2, buoni di cassa il cui cattivo stato di conservazione provoca le ` piu giuste e fondate lagnanze da parte del pubblico. Tale buoni furono emessi ´ come sostituzione degli spezzati di argento allorche l’enorme rincaro del metallo bianco andava determinando la rapida scomparsa dei pezzi metallici da 1 e ` da due lire, di guisa che, se non si fosse provveduto a sostituirli il piu sollecitamente possibile con altri contrassegni non soggetti ad analoghe incette per opera di speculatori, si sarebbe avuta una crisi sgradevolissima nei mezzi di pagamento, sovrattutto per le piccole contrattazioni (16)’’. ` In quel concitato contesto di emergenza nazionale, non fu pero possi´ ` bile scegliere un metallo in sostituzione dell’argento, poiche ‘‘le necessita belliche assorbivano quanto rame, alluminio, bronzo, acciaio, nichelio appariva sul mercato’’: la scelta cadde dunque forzata sui buoni cartacei, nella speranza — o nella certezza — ‘‘che breve ne sarebbe stata la vita per il pronto ristabilirsi di una situazione normale di prezzi e di cambi’’. Tuttavia, finita la guerra, non si ebbe il miglioramento auspicato: il prezzo dell’argento, pur ` avendo visto un relativo ribasso, non diminuı ‘‘siffattamente da consentire di rimettere alla luce le monete divisionali raccolte negli umidi cavi della Tesoreria Centrale del Regno’’, e fu dunque necessario affrontare prontamente ` il problema per ridare ordine alla circolazione divisionale. La priorita apparve quella di scegliere il metallo con cui coniare i sostitutivi delle vecchie monete ` d’argento: si decise cosı di ricorrere al nichel; del resto l’Italia era stata tra le prime nazioni a utilizzare questo metallo con la coniazione della moneta ‘‘da centesimi 20, modellata dallo scultore Bistolfi’’ (17). Come fu ampiamente ` ` sottolineato nell’articolo, l’uso del nichel implicava molti vantaggi: ‘‘e piu duro delle leghe d’argento monetario; e quindi resiste meglio all’usura, rimane lucido indefinitamente; essendo tirabile dalla calamita, prestasi facilmente all’accertamento delle falsificazioni’’; ma, d’altra parte, l’estrema durezza di questo metallo comportava un notevole sforzo ‘‘sia per la preparazione dei ` ` dischi, sia per la loro coniazione’’. La Regia Zecca di Roma si trovo cosı a dover affrontare per la prima volta, e poi a poter risolvere, problemi di ordine tecnico di notevole importanza: precedentemente, infatti, i tondelli di nichel (16) Questa come le successive citazioni sono tratte da ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 aprile 1923, p. 5 (Le nuove monete di nichelio da due lire). Una versione ridotta, e in parte modificata, di questo articolo apparve anche nella pagina 3 del ‘‘Giornale di Roma’’ del giorno precedente (Le nuove monete da due lire. Il simbolo del Fascio Romano ricostruito nella sua storica ` realta dal Sen. Boni). ` (17) Il riferimento e alla moneta da 20 centesimi disegnata da Leonardo Bistolfi e dif` fusa dal 1908 al 1935, la cosiddetta Liberta librata. V. tav. I, fig. 1 (PAGANI 1965, nn. 829849). 340 Paola S. Salvatori per la moneta da 20 centesimi di Bistolfi erano stati forniti dall’estero, men` tre in questo caso l’impegno profuso da parte dell’industria italiana consentı di ottenerne di grandezza sufficiente alle esigenze attuali: ‘‘certamente fu anche per l’industria un duro compito quello di studiare i procedimenti di fusione del metallo, la lavorazione a freddo e di addestrare le maestranze alla nuova lavorazione’’. E il successo fu tale che sia la Norvegia sia l’Inghilterra inviarono nel tempo alcuni tecnici presso la Zecca di Roma per studiare le nuove tecniche di lavorazione adottate dall’Italia (18). Superati gli impedimenti di natura pratica, fu necessario individuare un soggetto da riprodurre sulle nuove monete che fosse adeguato alla rinata ` grandezza dell’Italia postbellica: cosı nel luglio del 1922 il Ministero del Te` soro bandı un concorso finalizzato alla scelta del modello definitivo da imprimere sul buono di cassa metallico da 2 lire. Al concorso avrebbero partecipato i migliori allievi della Regia Scuola dell’Arte della Medaglia, attiva da alcuni anni presso la Zecca. Tale Scuola era stata istituita con la legge del 14 luglio del 1907 n. 486, per ‘‘addestrare i giovani artisti nella modellatura, nella composizione e nell’incisione delle monete, delle medaglie, delle placchette e dei sigilli’’ (19) e avrebbe vantato, tra i suoi membri e professori, artisti e intellettuali del calibro di Corrado Ricci, Adolfo Venturi, Aristide Sartorio; i corsi di studio, il primo dei quali fu attivato nell’anno accademico 1908-1909, erano seguiti da giovani artisti selezionati tramite una prova di ` idoneita, stimolati e gratificati anche dall’esistenza di alcune borse di studio assegnate su concorso per volere del Ministero del Tesoro (20). Proprio grazie a una di esse, un giovane e promettente artista — Publio Morbiducci — par` tecipo al concorso del 1922 indetto per la moneta da 2 lire: il vincitore avrebbe dovuto realizzare il buono metallico con al dritto la raffigurazione della testa turrita dell’Italia e al rovescio l’immagine dell’aratro italico. Il bando prevedeva la realizzazione di un modello in gesso il cui diametro non superasse i 15 cm. e la cui raffigurazione fosse eseguita tramite rilievo ‘‘piuttosto basso per le esigenze tecniche della coniatura’’ (21): fu proprio il modello (18) Ma se per la moneta da 2 lire si riuscirono a superare completamente le varie dif` ficolta tecniche, lo stesso non avvenne per quella da una lira, la cui realizzazione fu infatti successiva. (19) Cfr. Legge 14 luglio 1907, n. 486 (pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 20 luglio 1907, n. 172). (20) Sulla Scuola dell’Arte della Medaglia, cfr. VILLANI 1999. (21) Citato in Publio Morbiducci 1999, p. 90. Fatta eccezione per questo catalogo di mostra e per alcuni articoli apparsi su riviste specialistiche, non esiste una monografia completa su Morbiducci che analizzi non solo le sue opere ma anche la sua figura, di sicuro rilievo ` ´ ` nella cultura dell’Italia fascista. La lacuna e grave perche Morbiducci fu tra i piu prolifici artisti ` che operarono durante il Ventennio: la sua produzione, di indubbia qualita, copriva una vasta L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 341 di Morbiducci a essere scelto e decretato vincitore (22). Ma pochi mesi dopo, ` il quadro politico dell’Italia muto drasticamente: come abbiamo visto, la pre` sa del potere da parte del fascismo porto a rettificare il progetto iniziale delle raffigurazioni dell’Italia turrita e dell’aratro italico sulla moneta da 2 lire, preferendo a esse un’immagine che fosse immediatamente riconducibile al nuovo assetto politico. Se, dunque, l’idea di imprimere il fascio littorio sulle monete nacque e ` ` ` si divulgo nella meta di dicembre del 1922, essa approdo al Consiglio dei Ministri in brevissimo tempo: nella seduta del 1 gennaio del 1923, riunitasi alle ore 16 sotto la Presidenza di Mussolini, su proposta di De Stefani furono deliberati ‘‘importanti provvedimenti in ordine alla circolazione monetaria’’: il Ministro delle Finanze veniva autorizzato a disporre della fabbricazione e della ‘‘emissione di 100 milioni di Lire di Buoni di cassa in pezzi di nichelio puro del valore nominale di Lire una e di Lire due’’, in corrispondenza della quale sarebbe stato diminuito ‘‘di altrettanta somma il contingente in circolazione dei biglietti di Stato da Lire cinque e Lire dieci’’. Oltre a fissare in modo chiaro e definitivo a quale ammontare si sarebbe fermata la progettata emissione, nella seduta del 1 gennaio si decise ufficialmente quale simbolo sarebbe stato impresso sulle nuove monete: e a presentare tale idea, fu proprio Mussolini: ‘‘Su proposta del Presidente, il Consiglio ha deliberato che le monete di nuovo conio portino da un lato l’effigie del RE e dall’altro il Fascio Littorio’’ (23). Con il Regio decreto legge emanato il 21 gennaio, attraverso il quale si stabilirono i dettagli dell’operazione di emissione dei buoni metallici (24), la questione sembrava essere definitivamente conclusa: poteva dunque iniziare la coniazione delle nuove monete, le quali, recando impresso il fascio littorio assieme al ritratto del Re, avrebbero inevitabilmente svincogamma di opere: dalle medaglie ai monumenti celebrativi (nel 1931 vinse il concorso per il ` monumento al Bersagliere di Roma), agli stemmi (e del 1936 il suo stemma papale impresso sulle mura vaticane), alla creazione di pareti effimere e decorazioni per sale espositive (parte` ` cipo ad esempio alla Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, per la quale collaboro alla realizzazione della Sala per i Fasci Italiani all’Estero), alla esecuzione di statue e fregi marmorei (come quelli realizzati per il quartiere EUR della Capitale). (22) V. tav. I, fig. 3 (l’immagine, raffigurante il modello del diritto con testa dell’Italia ` turrita, e tratta da Publio Morbiducci 1999, p. 89, Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte, Roma). (23) ACS, PCM, Resoconti, 1923-24, b. 35. Il medesimo documento, se pure in ver` sione leggermente differente, e consultabile anche in ACS, PCM, Verbali, 1 gennaio 1923. Una sintesi fu inoltre pubblicata sui principali quotidiani dei giorni successivi: cfr., per esempio, ‘‘Il Giornale di Roma’’, 2 gennaio 1923, p. 1. (24) Cfr. R.d.l. 21 gennaio 1923, n. 215 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 24 febbraio 1923, n. 46). 342 Paola S. Salvatori lato quell’antica immagine dall’universo simbolico partitico per trasformarla in un simbolo in cui tutti potessero riconoscersi — ben prima che il decreto del dicembre del 1926 dichiarasse ufficialmente il fascio littorio emblema di Stato. ` Tuttavia, il dibattito attorno ai buoni metallici trovo nuova linfa ancora per alcuni mesi, alimentato dalle sortite di intellettuali e giornalisti ma anche dall’evidente ritardo con il quale fu realizzata l’emissione. Prima ancora dell’emanazione del decreto legge, a richiamare l’attenzione sulla questione dei buoni da 2 lire era stata Margherita Sarfatti, che si era dimostrata ovviamente molto sensibile non tanto agli aspetti tecnici quanto a quelli iconografici e ` simbolici. Come si puo leggere sul ‘‘Popolo d’Italia’’ del 13 gennaio, alcuni giorni prima la Sarfatti aveva scritto una lunga lettera pubblicata sul ‘‘Giornale d’Italia’’ e indirizzata a Mussolini, con la quale aveva voluto rendere pubblica la sua opinione sull’operazione in corso e soprattutto auspicare che la moneta fosse realizzata seguendo criteri artistici e non meramente economici (25). Ella inseriva la coniazione del nuovo buono all’interno di un’antica e illustre tradizione italica ‘‘dell’arte concettosa e compendiosa della moneta’’, che nel tempo aveva reso al mondo esemplari monetali di eccelsa qua` lita artistica: ‘‘Eccellenza! Dai tempi della Magna Grecia al Rinascimento, al Sei e Settecento ` della Repubblica Veneziana specialmente, le piu belle monete del mondo fiorirono in terra nostra, terra d’Italia sempre giovane e grande. La dracma di Siracusa con la mirabile quadriga; la spiga di Metaponto, il tri` pode di Crotone, restano i piu perfetti esemplari che esistono al mondo, dell’arte concettosa e compendiosa della moneta’’. ` Ma, notava la Sarfatti, questa abilita tutta italica rischiava di risultare annacquata da scelte recenti non propriamente felici, che avevano portato al` l’emissione di una moneta priva di qualita artistiche e dall’oscuro e inappro` priato motivo iconografico, cosı stridente con il contesto nazionale di rinnovata preminenza culturale e politica: ‘‘E poi dobbiamo discendere ora, proprio ora, che tutto in Italia aspira a una grandezza rinnovellata e la esprime, e tende a raggiungerla; dobbiamo discen` ` dere, attraverso tanta gloria di Roma, del Medio Evo, del Cinquecento, giu giu ` sino ad un anonimo ed anodino punzone della Zecca di Torino, la quale ha gia ´ mostrato quel che sa fare, da sola e di per se, quando ha creato le monetine (25) Per tutte le citazioni tratte da questa lettera, rimando al ‘‘Popolo d’Italia’’, 13 gen` naio 1923, p. 5 (Il Fascio romano simbolo dello Stato sulle nuove monete). Non mi e stato infatti possibile rintracciare il numero del ‘‘Giornale d’Italia’’ contenente la lettera della Sarfatti. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 343 nuove di venti centesimi, con quella specie di quadratino in losanga (26), al posto della nobile moneta di venti centesimi ideata da Leonardo Bistolfi!’’. L’ammonimento della Sarfatti esortava a rendere le nuove monete ico` nograficamente degne della grandezza e dell’autorita dell’Italia fascista: non era infatti stata casuale la scelta del fascio littorio, ‘‘simbolo eccelso dell’au` torita romana, simbolo del diritto sovrano di alta e bassa giustizia’’, e dunque simbolo sommo del fascismo che proprio in Roma aveva cercato e trovato ispirazione (27). Ricordava la Sarfatti a Mussolini che l’Italia poteva vantare ` ` ‘‘un Re che fra i numismatici del mondo e reputato forse il piu dotto’’ (28), ` cosı come ‘‘un vice-ministro delle Belle Arti esperto di studi archeologici e numismatici ellenistici e nativo proprio di Crotone dalla bella moneta’’ (29): ´ sarebbe dunque stato auspicabile, nonche legittimo, affidare le sorti del nuovo buono a esperti e non ‘‘a mani ignote’’, permettendo all’arte di ‘‘deciderne lo stile e la forma’’. Del resto, la moneta era per la Sarfatti ‘‘arma potentissi´ ma per la diffusione del senso della bellezza’’, perche fungeva da ‘‘umile agente di propaganda che penetra, ovunque, passa per ogni mano, all’interno e all’estero, dice a tutti e rappresenta per tutti l’Italia’’. Il senso profondo della lunga lettera della storica dell’arte al capo del Governo, era racchiuso nel ` suo giudizio sull’intera operazione monetaria in corso: ‘‘questa non e una misura qualsiasi di ordinaria amministrazione, ma un provvedimento di ragione ` artistica’’, affermo in un passo la Sarfatti. Ma il significato dell’iniziativa, co` me ella aveva ben intuito, era ancora piu ricco: a muovere i tediosi dibattiti che caratterizzarono l’intera vicenda furono ragioni amministrative e poi artistiche, ma anche la consapevolezza che l’emissione di una moneta con in` (26) Il riferimento e evidentemente alla moneta da 20 centesimi coniata a partire dal 1918, con al dritto lo scudo dei Savoia coronato tra rami di lauro e di quercia e al rovescio un esagono contornato da corona di lauro: v. tav. I, fig. 2. (PAGANI 1965, nn. 850-852). ` (27) Questa invettiva della Sarfatti a sostegno della dignita e dell’importanza del simbolo del fascio littorio sulle nuove monete risulta essere meritevole di attenzione: cfr. infatti ` quanto affermato da Renzo De Felice, secondo il quale l’assoluta centralita del mito di Roma nell’ideologia mussoliniana post-interventista sarebbe stata stimolata proprio dalla frequentazione di Mussolini con Margherita Sarfatti. Si chiedeva De Felice ‘‘quanto del mito della ro` manita fosse farina del sacco di Mussolini, e non invece piuttosto frutto dell’influenza della ` Sarfatti’’, definita dallo storico ‘‘malata di romanita’’ come nessun’altra persona da lui conosciuta: DE FELICE 1997, p. 12. (28) Su Vittorio Emanuele III ‘‘re numismatico’’, cfr. TRAVAINI 2005. (29) La Sarfatti faceva riferimento al deputato Luigi Siciliani: eletto sottosegretario per ` le Antichita e le Belle Arti il 16 agosto del 1922 (sotto il secondo Ministero Facta), fu confermato anche con il Governo Mussolini, e rimase in carica fino alla soppressione del sotto` segretariato, nell’aprile del 1923. Nella sua vita si occupo prevalentemente di letteratura inglese e di letterature classiche, traducendo opere latine e greche: cfr. CECCHI 1936. 344 Paola S. Salvatori ciso il fascio littorio avrebbe rappresentato un mezzo di propaganda di pri` maria importanza, proprio in virtu di quella sua ‘‘umile’’ natura rammentata dalla stessa Sarfatti (30). E non fu certamente casuale se a recare per la prima volta in modo ufficiale il simbolo del fascio furono ‘‘oggetti’’ la cui permea` ` bilita nella percezione diffusa scavalcava le finalita e l’uso concreto per i quali essi erano nati: le monete, appunto, e poi i francobolli. Il 24 ottobre del 1923, in occasione del primo anniversario della Marcia su Roma, fu emessa infatti una serie di tre francobolli realizzati su bozzetti di Duilio Cambellotti e Giacomo Balla nei quali la presenza del fascio littorio, unita alla tecnica di ` ` stampa, segno un punto di svolta nella filatelica — cosı come accadde alla moneta con fascio littorio per la numismatica —, con un impatto propagandistico e un effetto estetico ‘‘di sconcertante frattura’’ (31) rispetto a quanto ` emesso prima dell’ascesa del fascismo al potere. Al di la di questo brevissimo ` accenno alla filatelica, e bene dire che anche tra gli oppositori al nuovo re` gime risulto subito drammaticamente evidente che l’apparizione del fascio littorio sulle monete sarebbe coincisa con una definitiva appropriazione della ` vita politica e quotidiana italiana da parte del fascismo. In questo senso, e esemplare quanto accadde sul quotidiano socialista ‘‘Avanti!’’, storicamente avverso al fascismo e al suo ideatore Mussolini: sul numero del 2 gennaio del 1923, in IV pagina fu pubblicato un articolo in cui si dava l’annuncio dei provvedimenti approvati nella seduta del Consiglio dei Ministri del pomeriggio precedente; ma alle decisioni prese in merito alla messa in circolazione dei buoni metallici furono dedicate soltanto le seguenti parole: ‘‘Inoltre il Consiglio dei Ministri ha approvata l’emissione di nuove monete di nichelio da una e due lire che verranno a sostituire i biglietti dello stesso valore’’, senza fare alcun accenno al simbolo che le nuove monete avrebbero recato (32). Era una tacita ma chiara presa d’atto del significato propagandistico dell’intera operazione, e forse anche una silenziosa resa di fronte alla evidente, dilagante occupazione delle immagini e dell’immaginario quotidiano da parte del potere fascista. Cosa che fu amaramente riconosciuta soltanto il 3 aprile, quando, per tutt’altra occasione, fu pubblicata la seguente nota: (30) Per comprendere pienamente quale impatto propagandistico avrebbe avuto la diffusione di una moneta con impresso il fascio littorio, si tenga conto anche del numero degli italiani del tempo: con il censimento del 1 dicembre del 1921, la popolazione presente in Italia risultava essere composta da 38.769.798 persone, un numero di molto inferiore a quello ` delle monete che poi sarebbero state emesse: cfr. ALMAGIA 1933. (31) Sull’emissione dei francobolli del 24 ottobre del 1923, cfr. ZERI 1993, pp. 32, 3538; la citazione a p. 35. V. anche PILONI 1959, p. 81. (32) ‘‘Avanti!’’, 2 gennaio 1923, p. 4. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 345 ` ‘‘Il nuovo tipo di sigaretta italiana ‘‘Eja’’ sara messo in vendita il 21 aprile cor` ` rente. Il tipo e in fabbricazione. Esso portera impresso sulla carta anche il fascio littorio. Sull’occhiello, sui portasigari, sui pasticci pasquali, sulle fascette che avvolgono i zamponi modenesi, sulle nuove monete da due lire, sui muri, sugli aperitivi, ` sui cioccolatini, e sulle nuove sigarette. Il lettore e pregato di credere che l’Italia ` ` e governata da fascisti ed e tutta fascista... (33)’’. Fu, questo, l’unico accenno alla presenza del simbolo fascista sulle nuove monete da 2 lire apparso sull’‘‘Avanti!’’. L’interpretazione della Sarfatti dell’intera operazione come primariamente propagandistica era dunque lucida e precoce: sarebbe stato quindi appropriato spostare l’accento del dibattito sugli aspetti estetici e iconografici. Ed ella stessa spinse in questa direzione, inserendo la sua proposta ancora una volta in una scia la cui origine veniva fissata proprio nella Roma antica: ‘‘Mi permetto di ricordare all’E.V. come le misure ufficiali di Roma latina ed imperiale [...], misure di stadera o misure di bilancia, rechino ognuna un suggello d’arte che proclama alto nei secoli, di sotto la zolla frugata, la gloria di ` Roma imperitura. Fra venti secoli, l’ignaro contadino che arando trovera nel gesto millenario un dischetto confuso tra la terra bruna, ripulendolo, trovi il nome augusto del Re, e il simbolo del Fascio, che rinverdisce per opera e onore di Benito Mussolini, impressi in un suggello di bellezza e di sovrana nobil` ta! (34)’’. ` Una lettera tanto ricca di argomentazioni, scritta da un personaggio cosı centrale nella cultura italiana del tempo quale era la Sarfatti, dovette suscitare un’impressione non trascurabile e, pur senza riferimenti espliciti, se ne avver` tı l’eco anche in riviste scientifiche. Come avvenne nella ‘‘Rivista Italiana di Numismatica e Scienze Affini’’ del 1923, in cui apparve un articolo apertamente ispirato al dibattito attorno alla questione della nuova emissione, che si apriva con la seguente riflessione: ‘‘Si annuncia da Roma, come imminente, la coniazione di nuove monete al tipo del fascio littorio, assurto anch’esso agli onori della numismatica contemporanea come la spiga metapontina, e ` gia la notizia provoca lettere aperte e polemiche sui giornali [...]. Nell’imminenza di un provvedimento, forse improcrastinabile, la questione diventa di competenza degli archeologi e dei numismatici’’ (35). Probabilmente anche come conseguenza dell’invettiva della Sarfatti, proprio un archeologo fu incaricato di scegliere e ricostruire il simbolo del (33) ‘‘Avanti!’’, 3 aprile 1923, p. 4 (Il Fascio littorio anche sulle sigarette). (34) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 13 gennaio 1923, p. 5, cit. (35) LAFFRANCHI 1923, p. 5. 346 Paola S. Salvatori fascio littorio da modellare poi sulle nuove monete: a tale scopo fu chiamato il senatore Giacomo Boni, dal 1907 direttore degli scavi presso il Palatino a ` Roma, ‘‘l’uomo che fin dalla prima giovinezza ha amato e studiato la civilta e 36). Boni accetto con entusiasmo l’inca` l’arte romana con cuore di artista’’ ( rico affidatogli, e decise di preparare ‘‘un modello in natura del Fascio Littorio quale era veramente adoperato dai Romani’’: fece dunque raccogliere alcune verghe di betulla e diede a ‘‘un artiere addetto agli scavi del Palatino’’ ` il compito di ricostruire una scure che fosse uguale agli esemplari romani cosı come apparivano in bassorilievi marmorei dell’epoca: fu in questo modo riprodotto l’antico simbolo e apparve a tutti come le verghe del fascio fossero ‘‘lunghissime. Quasi due metri di altezza: strette da alcune corregge di cuoio rosso’’ e con la scure ‘‘attaccata esternamente lungo il Fascio’’. Ben diverso, ` dunque, dall’iconografia piu diffusa durante gli anni della Rivoluzione fran` ` cese, quella del fascio con la scure prominente dalla sua sommita, cosı come ` affermo implicitamente ‘‘Il Popolo d’Italia’’ del 4 aprile: ‘‘Noi sbagliamo quindi se ci figuriamo il Fascio littorio quale viene generalmente disegnato ` con la scure sporgente alla estremita’’. Era nato il nuovo simbolo del fascio, quello pienamente fascista, coacervo di nuovi attributi ideologici e completamente svincolato da tutta la tradizione democratica che nei secoli — dal 1789 passando per il giacobinismo e poi per il Risorgimento italiano, per culminare infine nell’esperienza dei Fasci siciliani del 1891 — lo aveva ricoperto di significati antimonarchici e repubblicani (37). La nuova immagine del ` fascio, cosı come era stata ricostruita dall’archeologo e fascista Boni, era permeata da impliciti concetti che rimandavano non solo a ‘‘un simbolo di forza e di dominio’’ ma anche a ‘‘un profondo significato religioso’’ (38): stava sorgendo la nuova religione della patria fascista, quella che in poco tempo avrebbe trasformato l’Italia intera in una congerie di riti, miti, simboli, iconografie immediatamente riconducibili al nuovo culto littorio. E lo stesso Boni si sentiva investito di un ruolo determinante nel dover attendere al compito affi` datogli, come rivelo in una lettera inviata a Carlo Conti Rossini, direttore generale del Ministero del Tesoro, in risposta a un avviso di compenso in denaro che gli sarebbe stato offerto per i suoi studi sul fascio littorio: un ruolo che egli avvertiva essere talmente essenziale da spingerlo a rifiutare il de(36) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 aprile 1923, p. 5, cit. Per un inquadramento generale della figura di Giacomo Boni cfr., tra gli altri, ROMANELLI 1970; BARBANERA 1998, pp. 82-86. (37) Sui significati attribuiti al simbolo del fascio littorio durante gli anni della Rivoluzione francese e del giacobinismo, cfr. SCUCCIMARRA 1999; GIARDINA 2000b, pp. 117-122 e passim. (38) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 aprile 1923, p. 5, cit. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 347 naro per utilizzarlo per proseguire il suo lavoro di ricomposizione dell’antico simbolo: ‘‘Sono grato per l’offerta del compenso, quantunque io non possa farne uso personale [...]. Ritengo dovere del mio ufficio il dar consigli su quesiti di archeologia come direttore dell’Ufficio scavi del Palatino e Foro Romano; essendo per me bastevole gratificazione quella di venir interrogato. ` Il compenso in denaro servira per i modelli in vetro e rame smaltato dell’emblema che vorrei offrire al Governo nell’anniversario della Rivoluzione fascista, ` con l’interpretazione storico-giuridica del fascio littorio qual simbolo delle piu alte magistrature romane (39)’’. ` Se a Giacomo Boni spetto il delicato compito di ricostruire il fascio littorio e sancirne l’iconografia, la realizzazione finale della moneta fu affidata ` ` ancora una volta a Morbiducci, che dunque sostituı il gia eseguito modello dell’Italia turrita con il nuovo soggetto. Incisa da Attilio Silvio Motti, incisore capo della Regia Zecca e docente d’incisione alla Regia Scuola dell’Arte della Medaglia, la moneta recava al diritto il semibusto in uniforme del re volto verso destra e, intorno, la dicitura VITTORIO - EMANUELE - III - RE - D’ITALIA; al rovescio il fascio littorio con scure rivolta a destra, la legenda BUONO DA LIRE 2, il segno della Zecca, la data e i nomi dell’autore e dell’incisore (40). Nonostante che la Zecca utilizzasse ‘‘50 presse monetarie’’ con le quali poter ‘‘spingere la produzione fino ad un milione di pezzi al giorno nelle otto ore lavorative’’ (41), per l’emissione della nuova moneta fu necessario attendere ancora alcuni mesi, durante i quali gli articoli apparsi sui giornali attorno all’operazione scemarono consistentemente. Il 19 luglio le principali testate riportarono con discreta enfasi la seguente notizia: il giorno precedente il capo del Governo Mussolini aveva fatto visita per oltre un’ora alle officine della Zecca di Roma, accompagnato da De Stefani, da Conti Rossini e dal luogotenente generale della IV zona della MVSN Italo Bresciani. A ricevere ‘‘l’illustre visitatore’’ furono il direttore dello stabilimento con i capi servizio, il segretario generale provinciale dei Sindacati fascisti del Lazio ` e il direttorio del Sindacato della Zecca (42). Mussolini visito i vari reparti e (39) ACS, PCM, 1923, fasc. 1.1.1, n. 1264. ` (40) V. tav. I, fig. 4 (PAGANI 1965, nn. 741-753). L’effigie del Re, al diritto, ando dunque a sostituire l’immagine della testa dell’Italia turrita, mentre il simbolo del fascio littorio, al rovescio, quella dell’aratro italico. La moneta fu messa in circolazione dal 1923 fino al 1927; dal 1928 al 1935, invece, ne furono emessi cinquanta esemplari l’anno destinati esclusivamente ai collezionisti. (41) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 aprile 1923, p. 5, cit. (42) ‘‘Il Giornale d’Italia’’, 19 luglio 1923, p. 4 (Mussolini visita la Zecca. Onorificenza ad un operaio dello Stabilimento). 348 Paola S. Salvatori assistette ai diversi stadi di lavorazione delle monete, soffermandosi con particolare attenzione ‘‘ad esaminare e ad assistere alla coniazione dei nuovi buoni in nichel da due lire, portanti il simbolo del littorio’’ e compiacendosi ‘‘vivamente per la bellezza e la riuscita del conio’’ (43). Dopo essersi trattenuto a ` osservare gli aspetti tecnici, il capo del Governo continuo la sua visita ‘‘con l’ammirazione dei capolavori dell’arte numismatica raccolti nell’annesso Museo’’, per poi sostare ‘‘reverentemente’’ davanti alla lapide commemorativa per i funzionari e gli operai della Zecca caduti durante la guerra (44). Quindi ricevette il saluto del personale, ‘‘quasi tutto inscritto al Sindacato’’, che gli ` ` tributo un mazzo di rose stretto da un nastro tricolore e che dedico un ‘‘triplice saluto fascista al Governo ed al suo capo ammirabile, saluto reso formidabile dall’unisono dei cento operai radunatisi nel cortile di onore dello Stabilimento’’. Le cronache della visita del capo del Governo indugiarono proprio sull’elemento dell’unanime consenso che sembrava trasudare dalla ` reazione dei lavoratori della Zecca: cosı dai giornali si apprese che nella strada ` antistante le officine si raduno una tale folla inneggiante ‘‘ad alta voce il Du´ ce’’ che egli a stento pote raggiungere ‘‘la propria automobile allontanatasi tra ` gli evviva e gli alala’’. Che la coniazione del buono in nichel con impresso il fascio littorio significasse primariamente creare un pervasivo e potente elemento di propaganda, e quindi di potenziale consenso, risulta evidente anche da come si svolse la visita di Mussolini e soprattutto da come essa venne riferita sulle testate giornalistiche: il duce aveva onorato della sua presenza gli ` operai della Zecca, ma nella sua umanita aveva trasformato l’ispezione alle officine in un momento di esaltazione della fatica e dell’impegno di quei la` voratori, dimostrando cosı di essere vicino al popolo e quasi di confondersi con esso: ‘‘A dimostrazione dell’alto senso dell’on. Mussolini nel riconoscimento dei me` riti dei piu umili, narriamo il seguente episodio: durante la visita in un reparto ` il presidente si e interessato ad un piccolo apparecchio destinato alla cernita delle monete al quale [...] erano stati apportati perfezionamenti di rendimento dal semplice operaio Basili Quartilio addetto al reparto stesso. Il presidente del Consiglio ha immediatamente disposto che fosse proposta la nomina di tale operaio, che fra gli altri meriti aggiunge quello di essere valoroso combattente ed invalido di guerra, a Cavaliere della Corona d’Italia (45)’’. ` Il 27 luglio la Gazzetta Ufficiale pubblico il decreto del 14 giugno 1923 n. 1537 con il quale venivano autorizzate la fabbricazione e l’emissione dei (43) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 19 luglio 1923, p. 3 (Il Presidente visita la Zecca). (44) ‘‘Il Giornale d’Italia’’, 19 luglio 1923, p. 4, cit. (45) ‘‘Il Giornale d’Italia’’, 19 luglio 1923, p. 4, cit. L’adozione del fascio littorio nella monetazione dell’Italia fascista 349 buoni di cassa in nichel da 2 lire. Le nuove monete avrebbero avuto le seguenti caratteristiche: ‘‘lordo minimo di purezza del metallo 99 per cento; ` peso grammi 10; tolleranza di peso in piu o in meno 1 per cento; diametro ` mm. 29; contorno liscio’’ (46). Quello stesso 27 luglio, De Stefani fornı a ciascuna delle tesorerie di Roma, Milano e Torino circa un milione di lire in buoni di nichel da lire 2, recanti l’effigie del sovrano al diritto e il simbolo del fascio littorio al rovescio. Entro la fine di luglio ‘‘altre cospicue somme’’ sarebbero state rimesse a Firenze e a Genova, mentre, come era possibile leg` gere sui quotidiani, ‘‘circa un milione e in corso di spedizione per Napoli ed altrettanto per Venezia, alle quali somme altre per Palermo, per Cagliari, per ` Bari e per altre citta seguiranno fra brevissimo tempo, non appena la Zecca abbia coniato i quantitativi occorrenti per costituire le singole spedizioni’’ (47): a sette mesi dalla originaria proposta giunta a Giacomo Acerbo, poteva dunque dirsi riuscita l’emissione della nuova moneta, una ‘‘moneta brillante, bella, sicura contro il logorio che il Governo nazionale ha dato all’Italia’’ (48). Una moneta il cui ruolo all’interno dell’apparato propagandistico del regime sarebbe stato di primaria importanza, fissando l’iconografia del fascio fascista e rappresentando il primo atto ufficiale di appropriazione della vita materiale e quotidiana degli italiani da parte del regime. (46) Cfr. R.d. 14 giugno 1923, n. 1537 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 luglio 1923, n. 176). Cfr. anche ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 29 luglio 1923, p. 4 (Il decreto per le monete di nichelio da due lire). (47) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 agosto 1923, p. 5 (I provvedimenti del ministro De Stefani per il riordinamento della circolazione divisionale). (48) ‘‘Il Popolo d’Italia’’, 4 agosto 1923, p. 5, cit. 350 ABBREVIAZIONI ACS PCM b. fasc. R.d. R.d.l. Opera = = = = = = Archivio Centrale dello Stato, Roma. Presidenza del Consiglio dei Ministri. busta. fascicolo. Regio decreto. Regio decreto legge. Paola S. Salvatori = Opera Omnia di Benito Mussolini, a cura di E. e D. 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